Beyond Borders: un viaggio tra fragilità e speranza nel Corno d’Africa
Beyond Borders è un viaggio nel Corno d’Africa che racconta, attraverso le immagini di Giulio Di Meo, il lavoro di Patologi Oltre Frontiera (APOF) e la rivoluzione della telepatologia in territori con sistemi sanitari fragili. Tra ospedali, quartieri e vite quotidiane, il reportage intreccia precarietà e speranza. Non si tratta solo di documentare emergenze visibili come conflitti, carestie o crisi climatiche, ma anche di rendere visibile un’altra emergenza spesso meno nota: il cancro. In Africa subsahariana, questa malattia rappresenta una minaccia crescente; secondo l’OMS, nei prossimi vent’anni i casi annuali raddoppieranno, raggiungendo 1,4 milioni, con un milione di decessi stimati, quasi il doppio rispetto al 2020.
Le cause di questa crisi sanitaria sono molteplici: la mancanza di strutture oncologiche adeguate, i costi insostenibili delle cure, la diffusione di pratiche tradizionali non efficaci, lo stigma sociale e le risorse sottratte dai conflitti. A questo si aggiungono fattori come l’invecchiamento della popolazione, l’adozione di stili di vita più simili a quelli occidentali e l’inquinamento locale, spesso prodotto da attività estrattive o discariche di rifiuti provenienti dall’Europa. Tra le carenze più gravi spicca la diagnostica: senza anatomopatologi e laboratori adeguati, le diagnosi affidabili e la raccolta di dati per politiche oncologiche efficaci restano impossibili. Oggi solo un terzo dei grandi ospedali africani dispone di questo servizio, contro il 90% dei Paesi sviluppati.
In questo contesto si inserisce l’impegno di APOF, fondata quasi venticinque anni fa da un gruppo di anatomopatologi della SIAPeC. Dopo esperienze in diversi Paesi, l’ONG italiana ha concentrato i propri sforzi sul Corno d’Africa, un’area strategica e fragile, segnata da conflitti, disuguaglianze e povertà diffuse. Grazie alla telepatologia, una tecnologia che trasforma i preparati istologici in immagini digitali condivisibili a distanza con esperti internazionali, è oggi possibile garantire diagnosi precise anche in contesti remoti, assicurando continuità assistenziale e formazione costante del personale sanitario locale.
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Gibuti – Somaliland

Il Somaliland: tra isolamento, povertà e resilienza sanitaria
Il Somaliland, sottile striscia di territorio abitato da popolazione quasi esclusivamente somala sulla costa meridionale del golfo di Aden, è uno Stato non riconosciuto dalla comunità internazionale ma di fatto autonomo. La sua indipendenza fu autoproclamata nel 1991 dopo la fine del governo socialista di Siad Barre, che aveva dominato la Somalia dal 1969. Pur non essendo riconosciuto da governi stranieri, il Somaliland gode di una relativa stabilità interna, sebbene siano occasionali gli scontri con l’esercito somalo o con la regione semi-autonoma del Puntland per il controllo delle province di Sool e Sanaag. La regione ha sviluppato un sistema democratico multipartitico con cinque turni elettorali monitorati a livello internazionale e considerati liberi ed equi.
La capitale Hargeisa, con circa 1,2 milioni di abitanti, è il centro economico, politico e culturale della regione. Fondata dagli inglesi nel 1888, la città fu pesantemente colpita dalla guerra civile degli anni ’90 e gran parte del tessuto urbano venne distrutto. I successivi sforzi di ricostruzione hanno restituito un centro urbano attivo, con scuole, università e infrastrutture essenziali. Hargeisa ha inoltre accolto decine di migliaia di profughi sfollati interni (IDPs) provenienti da altre aree della Somalia, creando campi distribuiti in diverse zone urbane.
L’economia del Somaliland si basa prevalentemente sull’esportazione di bestiame verso i Paesi della penisola arabica, ma è estremamente vulnerabile ai mutamenti climatici. Le crisi idriche, ricorrenti nella regione, rendono difficoltoso nutrire gli animali e compromettono il reddito degli allevatori. La popolazione complessiva è di circa 3,5 milioni, con un’aspettativa di vita di 50 anni per gli uomini e 55 per le donne. L’accesso al sistema sanitario pubblico è limitato, inferiore al 40%, e la carenza di personale qualificato è significativa: secondo i dati disponibili, ci sono solo 197 medici, 1.256 infermieri e 344 ostetriche, ben al di sotto del rapporto minimo raccomandato dall’OMS di 2,3 operatori sanitari per 1.000 abitanti.
Le malattie non trasmissibili sono in aumento, con particolare rilevanza per diabete, malattie cardiovascolari, respiratorie e neoplasie, aggravate dall’urbanizzazione, dall’uso di khat, dall’obesità e da stili di vita sedentari. L’incidenza del cancro è difficile da stimare per l’assenza di un registro nazionale. Tuttavia, dati basati sull’intera Somalia indicano circa 10.681 nuovi casi annui, con una mortalità dell’80%. Le neoplasie più frequenti colpiscono mammella e cervice uterina, con impatti sociali ed economici rilevanti, soprattutto sulle donne.
In questo contesto fragile, l’azione di APOF assume un ruolo fondamentale. Dal 2014, con il sostegno della SIAPEC e dell’Otto per Mille Valdese, l’ONG italiana ha attivato un laboratorio completo di anatomia patologica presso l’Hargeisa Group Hospital, principale struttura sanitaria pubblica del Paese. Il personale locale è stato formato per preparare e processare i campioni diagnostici, eseguire le procedure di routine e utilizzare la telepatologia per condividere casi complessi con esperti internazionali. L’ospedale dispone di circa 300 posti letto e offre servizi di medicina generale, chirurgia, ostetricia e ginecologia, diventando punto di riferimento non solo per Hargeisa ma anche per pazienti provenienti da altre regioni della Somalia.
Le vicende personali si intrecciano alla storia collettiva: il Dottor Ahmed Omar Askar, ex direttore dell’Hargeisa Group Hospital, ne è un esempio. Nato in un villaggio di pastori, conduceva una vita nomade da bambino e, dopo aver completato gli studi in medicina all’Università Nazionale Somala, lavora come medico distrettuale e direttore del Programma Regionale per la TBC. Costretto a emigrare in Finlandia durante la guerra civile, torna nel 2005 per assumere incarichi dirigenziali nelle strutture sanitarie pubbliche, collaborando con ONG italiane come COOPI e APOF e come consulente dell’UNAMID in Darfur. La sua storia testimonia resilienza, dedizione e speranza nel rafforzamento del sistema sanitario locale, e rappresenta un filo diretto tra innovazione tecnologica, formazione e cambiamento concreto nella vita delle persone.
Guerre, siccità e crisi climatiche continuano a spostare milioni di persone nella regione. Solo nei primi mesi del 2023, oltre un milione di somali ha dovuto abbandonare le proprie case; in Somaliland, più di 300 mila sfollati si sono concentrati attorno a Las Anod, città della regione di Sool. Complessivamente, più di 3,8 milioni di persone risultano sfollate interne e circa 6,7 milioni lottano quotidianamente per soddisfare il fabbisogno alimentare. La siccità degli ultimi decenni ha distrutto oltre 9,5 milioni di capi di bestiame, unico sostentamento di molte famiglie.
Beyond Borders, attraverso immagini e storie raccolte a Gibuti e in Somaliland, racconta la quotidianità di queste comunità, dove fragilità e speranza convivono. È un racconto di dignità e resilienza, di come l’innovazione tecnologica, la formazione e la volontà di costruire futuro possano trasformare il volto della sanità in contesti difficili, offrendo opportunità concrete a chi lotta ogni giorno per vivere.
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