L'alba del deserto e' l'interruttore del mondo: dal buio e dal gelo della notte, qualcuno accende la luce, ed e' subito giorno. Stupisce come la complessita' delle cose semplici, e ha l'intangibile fascino dell'immediato. Quest'alba e' la stessa da trentunanni sui campi profughi saharawi, che si estendono intorno Tindouf, nel sudovest dell'Algeria. Da piu' di tre decadi illumina le larghe tende fissate al suolo, le case costruite con mattoni di sabbia acqua e pietrisco, il lento avviarsi del quotidiano che anima le varie wilaya. Wilaya e' la parola hassania (il dialetto arabo parlato nella zona) per definire gli accampamenti, e intorno Tindouf se ne trovano quattro: Al aayoun, Auhser, Dahla e Smara. I nomi riprendono quelli delle citta' gia' esistenti nel Sahara Occidentale, per non dimenticare il proprio passato. L'odissea del popolo saharawi inizia nel 1975, quando il Marocco invade il Sahara Occidentale ex spagnolo. I primi campi profughi, ancora in territorio Sahariano, vengono bombardati con napalm e fosforo bianco, nell'indifferenza quasi totale dei governi e dell'opinione pubblica internazionale, come da miglior tradizione dei conflitti africani. Questo spinge la popolazione saharawi a chiedere ospitalita' all'Algeria, da sempre alleata, e solo sotto la sua ala protettrice comincia a riorganizzarsi. Vengono costruiti i campi profughi tuttora esistenti, e si riattiva l'esercito di liberazione nazionale nato nel 1973 per ottenere l'indipendenza dalla Spagna: il fronte Polisario. Nel 1976, in esilio, il governo saharawi dichiara la nascita della RASD (Repubblica Araba Saharawi Democratica, appunto), e risponde all'ostilita' marocchina riconquistando il 30% dei territori sottrattigli. Dopo diciott'anni di guerra, propone un accordo di pace (la risoluzione 690) finalizzato all'organizzazione - nel giro di sei mesi– di un referendum nel Sahara Occidentale, che dia la possibilita' ai saharawi non fuggiti di decidere sotto quale bandiera cantare il proprio inno nazionale. La RASD accetta, il Marocco tentenna, ma alla fine cede. I saharawi di Al Aayoun questo referendum lo attendono ancora. Prima Hassan II ha richiesto il diritto di voto anche per i coloni marocchini che ormai da quasi vent'anni si erano insediati nel territorio, e poi ha ripetutamente contestato i censimenti effettuati dalla MINURSO, la missione ONU col compito di organizzare il referendum. Nei campi ci sono bambini che la propria patria l'hanno soltanto sentita narrare, e anziani che sono morti senza rivedere le proprie famiglie, al di la' del muro che il Marocco nel frattempo ha costruito a protezione del confine. Un muro pattugliato tutto il giorno, e difeso da un campo minato di circa 300 metri dalla prima pietra. Un muro di cui non si parla mai abbastanza, forse perche' ubicato in un deserto del quale non si ha tempo di parlare, abitato da persone che non alzano la voce. Negli ultimi sedici anni di attesa, i saharawi si sono infatti affidati alla diplomazia internazionale, fiduciosi in una risoluzione nonviolenta del proprio dramma, dopo tanto soffrire. Ma sembra che la comunita' internazionale si stia facendo sfuggire la grandissima opportunita' di dimostrare la propria efficienza e di legittimare il suo ruolo. Non soltanto le Nazioni Unite, ma anche l'Unione Europea e gli Stati Uniti, restano volutamente o meno ciechi davanti alla possibilita' di dimostrare che il terrorismo non e' l'unica via possibile per acquisire credito e sostanza davanti ai monitor e nelle agende di tutto il mondo.
Tommy Cassiani